Palazzo
del Quirinale, 31 dicembre 2005
Care
Italiane, cari Italiani,
è questo il settimo incontro
di fine anno con voi, l'ultimo prima del termine del mio mandato presidenziale.
I commiati, quanto più sono
sentiti, tanto più debbono essere brevi.
E breve intende essere questo mio
di stasera.
Tenterò di esprimere l'animo
con il quale ho vissuto questi sette anni, il messaggio che ho cercato
di inviarvi.
Più volte mi sono riletto
il testo dell'impegno preso in Parlamento il 18 maggio 1999, il giorno
del mio giuramento.
Quell'impegno si ispirava alle iscrizioni
scolpite sui frontoni del Vittoriano, l'Altare della Patria: "per la libertà
dei cittadini, per l'unità della Patria".
Non è retorica, è l'essenza
stessa del nostro convivere civile.
L'essere chiamato a rappresentare
l'Italia, a essere garante della sua Costituzione, l'ho vissuto non solo
come un altissimo mandato, ma soprattutto come un dovere, una missione.
Per questo ho voluto abitare, con
mia moglie, sin dal primo giorno, nel Quirinale: da sette anni è
la mia casa, la casa del Presidente della Repubblica, la casa degli Italiani.
Per questo ho insistito nel richiamare
i simboli più significativi della nostra identità di Nazione,
dal Tricolore all'Inno di Mameli, l'inno del risveglio del popolo italiano;
e nel rievocare il nesso ideale che lega il Risorgimento alla Resistenza,
alla Repubblica, ai valori sanciti nella sua Carta Costituzionale.
Per questo ho visitato ogni provincia
d'Italia e ho voluto che agli incontri nelle città capoluogo partecipassero
tutti i Sindaci dei Comuni della Provincia.
Ho vive nella mente, e ancor più
nel cuore, le immagini delle piazze delle cento province d'Italia, delle
8.000 fasce tricolori dei Sindaci dei Comuni d'Italia, delle tante migliaia
di cittadini, di ogni età e ceto, che durante quelle visite si sono
voluti stringere intorno al Presidente della Repubblica, al loro Presidente.
Ovunque, nella varietà dei
panorami, lo stesso spettacolo, lo stesso entusiasmo, lo stesso amore per
la propria città e per la Patria.
Il mio lungo viaggio in Italia è
stato la più bella esperienza che ha accompagnato l'intero settennato:
mi ha dato sostegno, ha alimentato la mia forza morale e fisica.
Lo ho iniziato senza avere un preciso
disegno, né esperienza di contatti diretti con la gente.
Proprio questa mancanza di preparazione
mi ha spinto a presentarmi a Voi come sono, come un italiano che si rivolge
a ogni altro italiano.
E con voi è avvenuta una sorta
di scambio.
Vi ho parlato di ciò che avevo
nel cuore e nella mente. Di ciò che si era sedimentato in me stesso
sin dalla gioventù, vissuta in un periodo tormentato per la nostra
Patria, e poi nei lunghi anni in cui mi è stato dato di servire
lo Stato; e al tempo stesso di vivere una normale, serena vita di una comune
famiglia italiana.
E voi mi avete contraccambiato. Mi
avete dato molto di più di quanto io vi abbia dato, di quanto potessi
darvi.
Ho constatato quanto sia vivo in
tutta Italia uno spirito costruttivo di civile solidarietà, radicato
nella nostra antica tradizione comunale, libero da vincoli di parte.
Esso anima le tante iniziative di
volontariato, in Italia e all'estero, ovunque nel mondo la nostra presenza
possa essere di aiuto.
Dai nostri incontri ho tratto anche
consapevolezza di quanto sia diffusa, e già in atto nel Paese, da
Nord a Sud, una forte, spontanea reazione ai problemi e alle difficoltà
insiti nell'impegnativo confronto, politico, economico e sociale, in un
mondo, quale quello contemporaneo, investito dalla globalizzazione.
Ci uniscono, e ci danno forza, il
nostro ingegno, il nostro estro creativo, la nostra passione al lavoro.
Ed è di conforto il senso
della identità italiana che anima anche le nostre comunità
incontrate nei miei numerosi viaggi all'estero.
A loro, come a ogni italiano che
vive in Patria, mi rivolgo stasera, così come feci sette anni fa.
* * *
Quello che mi ha sorretto, e che ho
cercato di trasmettervi, è l'orgoglio di essere italiani. Siamo
eredi di un antico patrimonio di valori cristiani e umanistici, fondamento
della nostra identità nazionale.
Come Presidente della Repubblica
Italiana mi sono proposto di esercitare imparzialmente il mio mandato,
e ho costantemente rivolto a tutti l'esortazione al dialogo, al confronto
leale, aperto, reciprocamente rispettoso.
Come Presidente, ho voluto esprimere
il senso della dignità di cittadino di una libera democrazia: dignità
che è consapevolezza delle responsabilità del proprio stato,
dei propri diritti, ma ancor più dei propri doveri.
Ho affermato la laicità dello
Stato. E ho fortemente sentito l'importanza della felice convivenza, in
questa città di Roma, di due Stati, indipendenti e sovrani.
Ho avvertito nella concordia e nella
condivisione di fondamentali valori da parte di Stato e Chiesa, e nella
operosa collaborazione, nella società, di laici e credenti, un elemento
di grande forza per la nostra Patria.
Con questo spirito invio un particolare
augurio a Sua Santità Benedetto XVI, che ha ereditato dal Suo indimenticabile
predecessore, Giovanni Paolo II, la missione di apostolo della fratellanza
tra i popoli, del dialogo tra le fedi e le civiltà.
* * *
I convincimenti che ho sommariamente
richiamato sono stati l'ispirazione e il filo conduttore del mio comportamento,
delle iniziative e delle posizioni prese in questi sette anni sui tanti
temi interni, europei, mondiali, sui quali mi sono espresso, e sui quali
stasera non intendo tornare.
Ma sento ancora una volta il dovere,
il bisogno di rivolgermi ai giovani.
Siete il nostro domani. La nostra
speranza. La mia generazione si è impegnata nel salvaguardare e
trasmettervi lo spirito che ci animò all'indomani di una guerra
orrenda.
Lo spirito che ci diede la forza
di ricostruire le nostre città, di dar vita alle istituzioni di
libertà che contraddistinguono la Repubblica Italiana, e l'Unione
Europea, che abbiamo creato insieme con altri popoli.
Dai tanti incontri che ho avuto con
voi ho tratto motivi di fiducia nell'avvenire della nostra Italia.
So quanto siate impegnati nel prepararvi
ad affrontare le sfide del futuro, insieme con i giovani di altri popoli,
che condividono le vostre aspirazioni di progresso, di giustizia, di pace.
La pace: mi sono rimaste impresse le parole rivoltemi da una bambina nella
piazza di Corleone: "la pace ti nasce dal cuore e si diffonde nell'aria".
Preservate i valori della nostra
civiltà, che non soggiacciono al mutare delle mode. Primo fra essi
l'amore per la famiglia, nucleo fondamentale della società, punto
sicuro di riferimento per ciascuno di noi.
Siete nati e vivete in un'Europa
di pace, di libertà. Tenete alti, e diffondete nel mondo, i suoi
ideali. Toccherà a voi completarne e rafforzarne le istituzioni.
Per tutti gli Europei non c'è un domani se non in una Unione Europea
sempre più coesa.
* * *
Questi sono i sentimenti e le riflessioni
che, nell'approssimarsi del congedo, affollano il mio animo. Li affido
a voi che mi ascoltate.
Un pensiero, un augurio particolare
vanno a coloro che soffrono, che stasera hanno per compagni il dolore,
la solitudine.
E a tutti, care Italiane e cari Italiani,
i più affettuosi auguri per il nuovo anno. Affrontatelo con fiducia,
con speranza.
Possa il 2006 portare serenità
a voi, alle vostre famiglie, alla nostra amata Patria.
Viva l'Italia!